Ill Grosso torna con Messa di Mezzanotte segnando una fase nuova del suo percorso artistico, fatta di maggiore consapevolezza, controllo e profondità. Un ritorno che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire, perché sceglie il peso delle parole, la lucidità e una visione costruita nel tempo.

In questa intervista per IlRapitaliano.it,  Ill Grosso riflette sul cambiamento personale e artistico che attraversa il disco, sul rapporto tra fame creativa e verità, sul ruolo centrale della produzione e sull’importanza del formato fisico come scelta etica prima ancora che estetica. Ne emerge il ritratto di un artista che guarda all’Hip-Hop come a una cultura totale, fatta di suono, immaginario, rispetto e coerenza.

Messa di Mezzanotte diventa così il punto di incontro tra rabbia e lucidità, tra passato e presente, tra l’urgenza delle origini e la maturità di chi ha imparato a restare fedele a se stesso.

1. Messa di Mezzanotte segna un ritorno forte. Cosa è cambiato in te rispetto ai tuoi lavori precedenti?

È cambiato il peso che do alle parole. Prima forse c’era più foga, più voglia di spaccare tutto. In questo disco c’è la calma di chi ha visto le fiamme e ha deciso di sedercisi davanti per scaldarsi. Rispetto al passato sono più consapevole: non devo più gridare per farmi sentire. La voce è più bassa, ma il messaggio è più pesante. È il passaggio dall’essere un bulldozer all’essere un monumento: il primo abbatte muri, il secondo resta nel tempo.

2. Il tuo rap è sempre stato diretto, senza compromessi. Oggi senti ancora quella fame?

La fame non passa mai, cambia solo il gusto. Oggi non ho fame di approvazione o di stare in classifica come poteva essere agli inizi. Ho fame di verità e la verità è una figlia di puttana che si nutre di carne cruda! In un mondo di gente che mastica plastica, io ho ancora bisogno di carne e sangue. Se smettessi di essere diretto, smetterei di essere Ill Grosso. Il compromesso è la morte dell’arte, come cantava Molteni “quando il denara canta la musica tace” e io, ancora oggi, mi sento molto vivo.

3. Hai prodotto gran parte dell’album: quanto è stato importante controllare ogni aspetto del suono?

Questa volta non è stato cosi fondamentale.
Il disco ha avuto una gestazione molto lunga. Il suo percorso è cominciato nel 2021 e ha passato diversi stadi della mia vita, fra questi anche il mio lungo periodo di depressione. Il disco è stato anche modificato nella sua struttura e nella tracklist perchè sono cambiati i rapporti di amicizia con alcuni artisti con cui avevo collaborato all’inizio della stesura del disco.
Rispetto ad altre volte quindi, diciamo che non ho avuto io il pieno controllo del suono ma é stato il suono, la musica, a controllare me ed io mi sono affidato ad essa. Mi ha salvato la vita molte volte in questi anni e non posso fare altro che fidarmi di lei e delle sensazioni che fanno vibrare la mia anima.

4. In questo disco convivono rabbia e lucidità. È una maturità nuova o una consapevolezza arrivata col tempo?

È la consapevolezza che la rabbia, da sola, ti consuma. Se però riesci a controllarla e la metti sotto la lente della lucidità, diventa energia motrice. Non è “buonismo” ma è maturità. È strategia. So dove colpire, come e perché. Il tempo mi ha insegnato che una parola detta con determinazione e consapevolezza lucida, fa molta più paura di un urlo confuso.

5. Quanto ha influito il tuo lavoro come producer per altri artisti sulla scrittura di questo progetto?

Moltissimo. Produrre per altri ti costringe a uscire dal tuo guscio, a capire diverse sfumature. Ho imparato a “pulire” le strutture, a togliere il superfluo e lasciare spazio alla voce. Quando è arrivato il momento di fare il mio disco, avevo un arsenale tecnico molto più vasto. Ho applicato a me stesso la disciplina che pretendo dagli altri quando produco sotto Too Fat Muzik.

6. Il formato fisico torna centrale: è una risposta al presente o una necessità personale?

È una necessità ETICA. Siamo circondati da roba che scompare con uno scroll, la gente scorda ancor prima di conoscere. Il CD o come nel mio caso il vinile sono oggetti reali, pesano, occupano spazio e non svaniscono se spegni il telefono. È una piccola presa di posizione contro questa società dell’effimero. Voglio che la mia musica resti sullo scaffale di chi la ama, non solo in una cartella cloud. Voglio che venga ascoltata in un impianto stereo, non dai buchini di uno smartphone del cazzo!

7. Che ruolo ha l’estetica (vinile, artwork, merch) nel racconto complessivo del disco?

È la cornice del quadro. Se il contenuto è la Messa di Mezzanotte, l’estetica è la cattedrale in cui viene celebrata. Tutto deve parlare la stessa lingua: dal font dei titoli alla qualità del cotone delle maglie, fino alla grana della carta del booklet. Tutto deve trasmettere quella sensazione di artigianalità e di “sporco pulito”. Non vendo solo canzoni, vendo un’immaginario. Vendo il mio tempo e il mio percorso.

8. Cosa resta oggi dell’hip hop che ti ha formato, dentro Messa di Mezzanotte?

Resta l’essenza. Resta il rispetto per il suono, per la ricerca del sample, per la tecnica dietro un microfono, per l’onestà a tutti i costi, quella brutale. Resta l’idea che l’hip hop sia una cultura globale, che il rap non è solo un genere musicale da inserire in una playlist. In questo disco c’è l’eco degli anni passati a studiare i giganti, c’è la voglia che accompagnava un ragazzino la prima volta che ha ascoltato i Public Enemy, ma filtrata attraverso gli occhi di un uomo che, nel 2026 ha capito che l’unica vera avanguardia è restare fedeli a se stessi.

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