Dietro inquietovivere non c’è soltanto un disco, ma un percorso che attraversa cadute, trasformazioni e nuove prospettive. Nel corso di questa intervista, introness1 approfondisce il significato del progetto, raccontando il processo che lo ha portato a costruire un lavoro fortemente autobiografico, dove esperienza personale, ricerca interiore e identità artistica si intrecciano fino a diventare una cosa sola.

Da dove nasce l’urgenza di scrivere inquietovivere? C’è stato un evento preciso o è un accumulo di esperienze?

È un accumulo di esperienze tramite una serie di eventi precisi, tra cui il cadere e toccare più volte il fondo. Quando ricadi negli stessi errori prima o dopo impari, anche se non è detto, sta a te. I tornanti si ripetono lungo il sentiero, puoi salirlo ed arrivare in cima e cambiare prospettiva, oppure perderti nelle illusioni ottiche di un circuito chiuso e tornare alla partenza, come in una scala di Penrose. Tutto si ripete ciclicamente, ma l’universo, i sistemi solari, la vita scorre anche in avanti. Se ascolti e compari ciò che hai dentro puoi comprendere il fatto sia una spirale, come il DNA. Capirlo credo sia stato l’evento scatenate per la realizzazione di questo disco. In Turbex definisco il vissuto in un modo preciso, “la retta curva leggermente nell’attimo presente”. C’è questo coincidere degli estremi, in ogni cosa, ma ciclicità e circuito sono due cose molto diverse.

Il disco affronta temi come consapevolezza, conflitto e rinascita. Quanto c’è di autobiografico e quanto di osservazione esterna?

È tutta pura autobiografia. Che poi altro non è che ciò che ho vissuto anche tramite osservazione esterna, siamo sempre ciò che viviamo è vediamo, rielaborato poi in noi. Prima la spensieratezza e l’ingenuità, poi i drammi ed il conflitto, se arriva la consapevolezza a quel punto rinasci, e torna una spensieratezza più profonda, dai senso a tutto.

I due singoli usciti prima del disco che ruolo hanno avuto nella costruzione dell’aspettativa?

Spero che dal punto di vista dell’ascoltatore siano stati un incipit ad entrare nel mio viaggio. Posso dire che chi si è creato una aspettativa non credo rimarrà deluso, è un viaggio breve ma lungo, di quelli che dilata il tempo, facendoti dire alla fine “non vorrei fosse finito”. Questo a detta anche di chi lo ha ascoltato in anteprima.

La scelta di non avere featuring rende il disco molto compatto. Hai mai pensato di aprirlo ad altre voci?

L’ho pensato ma non ci ho trovato poi il senso. È tutto così personale che davvero non ne ho sentito la spinta. Ho sempre dato spazio ai feat e per me sono fondamentali, ne usciranno tantissimi quest’anno ad esempio, ma per questo progetto va bene così.

Il suono è molto identitario. Come avete costruito questa direzione con i producer?

Tramite un’iniziale scelta mia sulle loro proposte, o meglio su quelle di Promo. Ho scritto sopra ai suoni più congeniali costruendo poi in studio con lui le strutture, molto lavoro in seguito l’ha fatto lui maniacalmente in un secondo momento. Invece per quanto riguarda Expatriati e (14-41-82) i due pezzi prodotti da Vestobeats la dinamica è stata diversa: ho chiesto io a lui di poter tenere quei beat per il mio album quando li ha proposti per il suo mixtape dando agli artisti coinvolti carta bianca.

Quanto conta per te oggi rimanere coerente rispetto alla scena attuale?

Credo sia basilare ritagliarsi il proprio spazio nella scena, essere riconoscibili ed allo stesso tempo in grado di uscire da schemi preimpostati. Sono rimasto fermo per diverso tempo od ho comunque pubblicato poco, resettato e ricreato il mio immaginario, questo in molti lo potrebbero giudicare come un farsi fuori con le proprie mani, io penso invece sia indice di ulteriore credibilità. La mia coerenza sta nel sapere che cambio, quindi non deve necessariamente rimanere un format diciamo, anzi, ho alcuni progetti aperti che esulano completamente dal clima di inquietovivere.

Che tipo di reazione ti aspetti da chi ascolta il disco per la prima volta?

Spero non una allergica, poiché comunque sia tratto argomenti scomodi e complessi, li ho sviluppati cercando di mettere tutto il mio carattere tipico del mio stile cioè rendere appetibile un discorso più pesante senza ti rimanga sullo stomaco. Io vengo sempre da una realtà molto classica, dove gli esercizi di stile, le punchline la fanno da padrone. Ho messo nel mio schema la mia introspezione e l’ho arricchita con il suo opposto, più vai a fondo più ne vieni fuori, con la consapevolezza che “qui vogliono sedersi tutti a capotavola ma in una tavola rotonda” (IN1) Chi ascolta è parte integrante del progetto, sarei ipocrita dicessi l’ho fatto solo per me, solo per soldi o solo perché dovevo, come ho notato sostengono in molti miei colleghi se ci parli del loro lavoro.

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