Con “Se Cambio Strada”, Zamaflow prosegue un percorso artistico che unisce boom bap, soul e R&B, mettendo al centro una scrittura personale e introspettiva. Il rapper torinese racconta l’amore come esperienza trasformativa, capace di lasciare tracce permanenti anche quando una relazione finisce. In questa intervista ci parla delle influenze che hanno formato il suo stile, dell’importanza del lavoro di squadra con Browsky e Matmira e delle prospettive future che lo attendono dopo il podio alla Dead Poets Battle.
“Se Cambio Strada” nasce da una storia d’amore che continua a lasciare il segno anche dopo la sua conclusione. Quando hai capito che questo tema meritava una canzone?
Diciamo che è più un tema ricorrente del mio racconto musicale: finora non ho mai avuto belle esperienze con le relazioni sentimentali e una in particolare ha segnato tanto la mia vita e mi ha portato a trattare certe tematiche con un’autoanalisi di quello che rappresenta per me l’amore e con un approccio a volte quasi dantesco, come se una musa ispiratrice, tipo Beatrice, fosse sempre presente nelle mie barre. Poi sono dell’idea che ogni persona che incontro lasci sempre qualcosa, quindi ogni brano è un mix tra l’analisi di tutte le relazioni che ho avuto, ma anche di ciò che mi circonda. Cerco di trarre il meglio e il peggio da me e dalle persone a me vicine e lo metto sul beat.
Nella scena attuale molti artisti tendono a separare nettamente rap e canto. Tu invece li fai convivere all’interno dello stesso brano. Da dove nasce questa esigenza stilistica?
Questa esigenza stilistica nasce dall’esprimere le due anime artistiche che gravitano attorno al mio percorso e dal voler distinguermi da quello che il mercato propone attualmente. Per carità, la melodia nel rap, soprattutto in quello commerciale, è ormai più che sdoganata, ma io ho voluto darci quel tocco soul che in Italia esiste, ma è molto di nicchia, per esprimere a pieno quel mood romantico delle tracce. Io vengo dal rap classico, dalle barre e dagli incastri, ma mi sono sempre approcciato alle melodie, spesso con l’uso dell’autotune, a volte anche in maniera eccessiva. Negli anni ho sperimentato vari generi diversi alla ricerca di un suono che mi rappresentasse, ma solo negli ultimi due anni, con l’aiuto di mia cugina Francesca, cantante jazz e voce dei cori del brano, ho lavorato sulla mia vera voce e ho trovato nell’R&B una forte connessione con la mia penna conscious e la mia attitudine hip hop.

Hai prodotto personalmente il pezzo insieme a Browsky e Matmira. Quanto è stato importante avere il controllo anche sulla costruzione sonora oltre che sulla scrittura?
Negli anni è diventato fondamentale perché riesco ad avere da subito una visione chiara di quello che deve essere la traccia, dalla costruzione della struttura fino alla scelta di cantare o rappare in determinati passaggi del brano. Browsky e Matmira hanno prodotto tante tracce, uscite e non, ma per me è sempre un lavoro fatto a tre mani. Se io produco un beat, come nel caso di “Se Cambio Strada”, loro aggiungono sempre quel tocco che va a completare il brano, che sia anche solo un synth di Matmira nel ritornello o gli scratch di Browsky. Stessa cosa viceversa: quando loro lavorano a un beat lo fanno sempre assieme a me, perché voglio avere fin da subito un quadro completo della traccia e perché credo che tre menti lavorino meglio di una sola. Siamo un team su tutto, anche sulla produzione dei video e delle copertine.
Il boom bap resta la base del brano, ma emergono chiaramente influenze soul e R&B. Quali sono gli artisti o i dischi che hanno contribuito maggiormente a formare questo immaginario?
Se penso agli artisti che hanno formato la mia penna non posso non citare gli Onemic. La cosa che più mi ha influenzato è stata la loro capacità di essere super introspettivi senza rinunciare alla tecnica. In particolare “Tora-Ki” di Raige è il disco che più ha influenzato la mia scrittura. Altri artisti fondamentali sono stati Tormento e i Sottotono, che invece hanno formato quel lato più romantico e R&B. All’estero i dischi che mi hanno segnato maggiormente sono “2014 Forest Hills Drive” di J. Cole e “The Miseducation of Lauryn Hill”, lavori che alternano rap conscious e melodie soul e che mi hanno ispirato tantissimo sia nella produzione dei beat che nell’approccio alla scrittura. Per il resto sono un grande appassionato di black music in generale: ascolto molto soul e uno dei dischi che più mi ha influenzato recentemente è “BELOVED” di Giveon. In pochi sanno invece che sono anche un grande fan del reggae e della dancehall, generi che ho sperimentato in passato e che continuo ad ascoltare tutt’oggi.

Il podio alla finale della Dead Poets Battle ti ha dato la possibilità di entrare nel progetto Dead Poets. Che significato ha avuto questo riconoscimento all’interno del tuo percorso?
Sono super soddisfatto di questo podio quanto sorpreso. Sia alle selezioni di Torino che alla finale di Roma mi sono presentato portando il mio sound e la mia identità, consapevole di essere diverso dal rap hardcore che Fastcut porta nei suoi progetti. Quando ho vinto la selezione di Torino ho capito che dovevo continuare a puntare su questa diversità anche alla finale di Roma, rischiando tutto e portando il giusto compromesso, ovvero una traccia come “Se Cambio Strada”. Sono molto grato a Fastcut per aver capito e apprezzato la mia visione al punto da volerla inserire nel suo disco. Dopo quasi dieci anni di lavoro e dedizione, un risultato del genere è gratificante come non mai. Ora sono super curioso e gasato per la traccia che faremo per Dead Poets 5: Valerio ha delle belle idee, tanta knowledge e la giusta dose di follia per coinvolgermi in qualcosa di veramente figo.
Dopo un anno e mezzo di lavoro dietro le quinte stai pubblicando nuova musica con maggiore continuità. Qual è l’obiettivo che ti sei dato per questa nuova fase della tua carriera?
Ho ancora un paio di singoli pronti da pubblicare, alcuni che mantengono questa linea boom bap e altri che virano verso un R&B più estremo. Poi ci sarà Dead Poets 5 e successivamente inizierò a lavorare a un disco. Voglio realizzare un progetto che consolidi ulteriormente la mia identità artistica ma che mi permetta anche di uscire dalla mia zona di comfort, sperimentare nuove sonorità e coinvolgere musicisti nel processo creativo. Oltre a questo, il mio obiettivo principale è suonare di più dal vivo e portare la mia musica in giro. E chissà, magari in futuro riuscire a formare una band che mi accompagni in questo percorso. Frequento spesso jam session e adoro confrontarmi con musicisti che improvvisano: è una cosa che mi dà un’enorme carica.

